Per tutto questo, e per chi sa che altro

La prima idea che viene in mente è Matisse, quei colori, quelle sfumature, quella dolcezza… Ma se Martino Zanetti ha certamente assorbito la lezione e l’estetica del grande maestro, a guardare meglio – e a conoscerlo bene – c’è di più.

C’è lui, anzitutto, con la sua grazia gentile. Come altro potrebbero nascere colori in sinfonia così armonici, delicati? Peonie, papaveri, lillà, distese di fiori immaginari che si intersecano, si mischiano, si abbracciano – diresti – fino a formare una distesa di colore puro che finisce ora nell’astratto, ora nella semplicità perfettissima di una viola.

E c’è ancora lui, a far sì che quella processione di tele non sia il piacevole e inane estetismo di un fabbricante di emozioni. Dietro ci sono la sua passione per la musica (Martino cerca di creare rosso, rosa e blu anche con i tasti in bianco e nero del pianoforte) e per il teatro elisabettiano, che dà profondità e spessore anche alle emozioni quotidiane.

C’è pure, lo so per certo, la sua conoscenza profonda di d’Annunzio, del suo vivere inimitabile, che non è solo eroismo e ridondanza, ma anche semplicità e naturalezza: che ha quel che ha donato, e ancora vuole donare e avere, nell’armonia del bello.

Ci sono i tramonti e le albe che guarda e fotografa ogni giorno dalla sua terrazza su colline e vigneti, che più sereni non si può.

Per tutto questo – e per chi sa cos’altro che non sappiamo – davanti alle opere di Martino Zanetti, in tutti nasce un sorriso.

Giordano Bruno Guerri

Martino Zanetti

quando entra nel suo dipinto perde la consapevolezza delle sue azioni. Nello studio di Martino Zanetti non è più l’opera protagonista ma l’artista stesso.

Il bello è guardare l’artista lavorare, invadere il suo spazio e capirne la gestualità, come se per una volta pittore ed opera si fondessero in una cosa sola.

Quindi il protagonista non è l’opera finita ma la ritualità dell’esecuzione…

ricerca di tridimensionalità… una base di cementite data a strati con la spatola, creando dei solchi, dei volumi, dei chiari scuri come sculture, una superficie monocroma di alto spessore, che viene poi lasciata asciugare e crepare come terra al sole, il tutto a rendere la sensazione tattile, non quindi solo l’occhio ma altri sensi come il tatto.

E ancora, la pittura diventa qui scultura.                                                                                                                                                                      

La forte tramatura della juta fibra ruvida, tenace e naturale con riflessi dorati “fibra d’oro”… non è più il supporto della pittura, ma una sua parte integrante, brandelli di juta colorata, sono appiccicati sulla tela di base, la stoffa più povera, fatta per contenere beni di 1° necessità, diventa una sorta di pelle su cui si posa la pittura colorata, a segnare quasi bruciature e ferite.

L’occhio percepisce l’ombra del verde sul rosso, due colori contrastanti ma uniti dalle ombre e dalle tramutare…a dare un significato di volume impalpabile                                  

La juta qui scompare per dar posto al colore acrilico, forte intenso denso, una sovrapposizione sempre più forte in rilievo creando chiari scuri come delle sculture , il segno grigio è come una canna di bambù le forti rughe trasversali segnano le zone del tempo.

e ancora nella chiazza di colore giallo, le fratture sono ancora più visibili, crepe come in montagne dove il tempo e le intemperie hanno lasciato il loro segno.

L’occhio vede l’insieme del grande quadro ma la mente si sofferma sui particolari creando emozioni di colori….e senzazioni

“IL CIGNO”

un cigno che si specchia nell’acqua…ma non è un cigno bianco ma verde perchè importante per Martino Zanetti non è il soggetto reale ma la forma e il colore, basta l’acqua azzurra con filamenti di blu intenso per capire che il cigno è sospeso su di essa, e ancora per dare maggior forza alla stessa immagine il cigno si rispecchia nell’acqua come Narciso. 
Poche pennellate essenziali precise e decise guidate da una mano che non  può sbagliare l’acquarello non ammette errori la pennellata deve essere unica ed essenziale, è l’osservatore che percepisce l’immagine attraverso il colore e suggerisce emozioni.

Già questo non ritorno  darà il via poi alla pittura “Action Painting” o “pittura d’azione” di Martino Zanetti.

“MAROCCO “

il colore qui è un colore fauves forse non è nemmeno il Marocco, ma poco importa è il colore protagonista dell’immagine di Martino Zanetti un colore vicino all’altro sbattuto in faccia allo spettatore.

Ci sono solo contrasti, un colore vicino all’altro a creare come la musica un’ unica sinfonia.

Sarà la nostra retina a mescolarli a creare i complementari, i colori sono forti forti perchè il sole li ha dipinti e le emozioni riscaldano il cuore, quello che vuole Martino Zanetti …c’è sempre in lui la voglia di creare nello spettatore la gioia dei colori.

“PRATO GIALLO”

…..non ci può che venire in mente Matisse, un colore accostato all’altro, pochi i colori essenziali e primari, violenti e compatti non c’è un disegno preparatorio alla base ma un riempire attraverso macchie di colori gli spazi lasciati liberi.

Donatella Bertelli

L’avventura dell’Informale è tutt’altro che conclusa. Oltre l’immagine tutto può accadere nell’ “impossibile”, e il “possibile” può realizzarsi in vari modi, tutti ineccepibili e legittimi. Ed è giusto che così avvenga, perché nei territori più avanzati del non figurativo, dell’astrazione pura, fino agli stadi di un’arte primigenia – considerata nelle sue stimolazioni segniche e gestuali, manifesta nel prevalere instabile del trascinamento del colore sul segno e sullo scaturimento di questo dal primo – l’essenza dell’arte, il fare estetico, si incarna nell’intensità della presenza esistenziale.

Che la pittura del giovane trevigiano Martino Zanetti muova da precise “stazioni” della cultura artistica contemporanea, quella della fase Informale, è fatto già criticamente attestato. Come anche rimane scontato che, nonostante lo spazio intercorso dalle sostanziali esperienze di quella poetica, la pittura di Zanetti abbia saputo innestarsi, con straordinaria vivacità, in quelle differenziazioni di tendenza o quelle variazioni che si sono sviluppate entro i termini estremi di quella stagione artistica.

Con una sua misura che rivela non superficiali interessi su momenti e tradizioni di cultura diversi, comunque di sicura estrazione mediterranea, Zanetti dà una sua personale interpretazione del “non-figurativo”. Un’interpretazione che è già apporto e contributo di eccezionale vitalità alle conseguenze direttamente originate dall’avventura dell’Informale. Zanetti ci offre una pittura che appartiene alla civiltà artistica dell’aniconico, dove il simbolo, il segno puro erano termini che valevano, nell’espressione, per l’iconografia.

A voler sottilizzare, e giustamente, valendoci proprio dello strumento critico, diremo, anzi affermiamo, che la pittura di Zanetti contrasta con l’assunzione totale del termine Informale, perché in questo generico termine essa non troverebbe adeguata e giusta legittimazione per dare di sé spiegazione piena. Andando per distizioni, alla Dorfles, la “volontà compositiva e strutturante” della pittura di Zanetti rifiuta decisamente le etichette, singolarmente intese, delle categorie del segno e del gesto. Perché Zanetti sa risolvere in sintesi i diversi apporti di queste categorie definite dalla critica d’arte.

Se Martino Zanetti, azzardiamo un’ipotesi, fosse stato un pittore figurativo, sarebbe riuscito senza alcun dubbio brillante e bravissimo; nella sua posizione di artista astratto – posizione sempre scomoda, ieri come oggi e così forse anche domani, quantunque siano sempre in pochi ad ammetterlo (quest’ultima considerazione vale limitatamente all’ambiente artistico italiano) – appare sicuro e serio, difficile anche, perciò autentico. Ma quest’ultima, si dirà, è un’affermazione da “addetti ai lavori”: perché nella composizione astratta la poesia o la non poesia è, o pare, sempre difficile da accertare, mentre nel riscontro del figurativo sembra che tutto avvenga, per dovere, alla luce del sole. Niente di più errato, sia per il primo sia per il secondo caso!

Eppure in Martino Zanetti, cioè nella sua pittura, in quel rompere il colore per l’insorgere aggressivo del mutare continuo delle gamme e in quell’imperioso modularsi della linea fino ai più esasperanti distorcimenti, c’è un margine di visione d’immagine, sia pure convenzionale, compresa soltanto con l’aiuto di un codice cifrato. Sotto colore, segno e gesto, la pittura di Zanetti cela tutto un mondo poetico che affonda le radici in quella posizione intellettuale e morale che fu propria dell’Espressionismo, e anche di certa euforia “romantica” del colore fauve. Un mondo poetico in bilico tra il razionale e l’emotivo, tra il valore puro del percorso della linea e l’emozionalità per la magia del colore. Un mondo che, a parte certe sorprendenti affinità con l’espressionismo astratto o action painting che dir si voglia dell’americano Pollock, cela, e per tratti rivela, laceri spiragli di prospettive e profondità fantastiche: un paesaggio immaginario, dove le pause dei vuoti s’intessono nella composizione come spazi commentati da intesi silenzi.

Sul filo dell’indicazione figurativa potremo intitolare molte pitture di Zanetti Sottoboschi, così come quell’altro americano maestro della pittura segnica e il più sincero artista occidentale seguace della pittura a inchiostro ispirata allo spiritualismo Zen, cioè Mark Tobey, chiamava le sue composizioni in bianco su nero Precipizi, chè non sono questi, del nostro o dell’americano o di altri si voglia artisti, ambigui compromessi per salvare i legami con il naturalismo, ma una realtà reinventata  quale esito ultimo di un lungo processo di astrazione e quasi riafferrata sull’abbrivio dell’immediatezza primitiva del segno e del gesto. Ne risulta così una verità più autentica, un frammento di esistenza penetrato fino in fondo, dove lo sgomento e la speranza costituiscono l’unico corredo dell’essere nella sua cosciente storia terrena.

Gianni Vianello

… Si tratta di una vicenda dipanatasi sull’arco di vari anni e annoverante anche momenti di dubbio e persino momenti di crisi, e tuttavia benefici, gli uni e gli altri, avendo imposto all’artista riflessioni attente e chiarificatrici. Questo si dice non tanto per sottolineare la calibratura morale di Zanetti, quanto per evidenziare il carattere di “necessità” che riveste l’opera attuale, esatto approdo di una operazioni estetica alla fine complessa e, in pari tempo, piattaforma sulla quale è dato riconoscere le premesse dell’evolvere futuro. E subito va aggiunto che l’interesse nei confronti di quest’opera è motivato dal suo risoluto innestarsi in un ambito di sovrannazionalità giacchè, sin dagli inizi, Zanetti ha rifiutato ogni sorta di compromesso con le offerte, talora pressanti, di un’arte tipicizzata in senso locale, e cioè provinciale.

Da uomo culturalmente provveduto, egli ha badato a tenere il passo con la storia, rivisitandola anzi in quella fase tanto fervida di esiti costituita dagli anni Cinquanta, quando vennero portate a compimento esperienze molteplici e decisive, dall’action painting alle innumeri versioni dell’Informel. Tamto che il prologo ebbe probabilmente a sensibilizzare simpatie verso il tachisme e la tecnica del dripping, tosto inducendo anche a una proficua ricognizione nell’ambito del Gruppo Cobra. Transito significante, da cui traspare la propensione di Zanetti verso l’esaltazione dell’elemento propriamente espressivo, che determinerà a un certo punto un allargamento della zona operativa: che determinerà, cioè, l’assunzione dei metodi dell’improvvisazione psichica.

E’ una dinamica, ripeto, che appartiene al periodo formativo ma le cui tracce sono reperibili ancor oggi, vuoi a livello di linguaggio: poiché obiettivo di fondo rimane per Zanetti la promozione di un evento in uno spazio indifferenziato, la cui fluidità può richiamare tanto il fondale della memoria conscia quanto il penetrale della psiche profonda. Nell’un caso e nell’altro però l’evento assume, nelle opere della maturità, la connotazione del fantasma che emerge dall’improvviso per inverarsi nella rapidità, e starei per dire nell’instantaneità, di una metamorfosi che convoca dati svarianti dalla sfera dell’organico a quella dell’inorganico. Talora è sigla del perenne mistero di un universo che dietro l’aspetto esterno si articola in criptiche, inesplorate strutture; talaltra è simbolo che conchiude un’esperienza vissuta e restituita nel volere di un trasalimento dal serbatoio dei ricordi scordati – ed è sempre proiezione, comunque, di quell’ottica interiore che possiede la facoltà di illuminare ciò che si presentiva ma ancora non si conosceva.

E’ giusto in ragione di quest’ottica interiore, mediante la quale vengono definite, che le immagini di Zanetti dispongono di quel potere rivelatorio che subito coinvolge l’osservatore: adombrando la divisa del labirinto ma svelano tosto la metafora che in quella divisa s’innerva, così che l’osservatore è posto alle soglie dell’enigma ma viene in pari tempo dotato della chiave per decifrarlo. Siffatta chiave – ch’è chiave di lettura – Zanewtti la fornisce attraverso l’intonazione stessa dell’immagine, compiegata alla psicologizzazione del colore, tanto ch’essa ora si accampa quale presenza inquietante che risale dagli incubi della notturnità, ed ora invece quale invito a un panico abbandono in allusione a una ritrovata armonia fra l’uomo e la Madre Terra ed infine, in qualche caso, quale testimonianza di fiducia, o di speranza, resa nel segno della solarità. E il carattere di necessità, cui poc’anzi accennavo, è appunto in diretta relazione con la misura di spontaneità di siffatti contenuti. Ogni dipinto di Zanetti costituisce insomma una pagina di diario: di un diario, tuttavia, che diventa pubblico trattenendo tensioni e pulsioni psichiche che appartengono a un dominio collettivo. Fuori dunque dagli sterili esercizi formalistici che al presente sembrano infittirsi, Martino Zanetti s’adopera in un’assidua inquisizione dell’animo, puntualmente visualizzando i conflitti di un uomo che tenta di infrangere l’assedio delle circostanza negative per conferire significato e qualità al proprio destino…

Carlo Munari

… Sogno tormentato da immagini fuggenti o lucida analisi simbolica di un contenuto esistenziale complesso, gioioso o drammatico, angosciato o soffuso di poesia piana, a volte entusiasta, Questo appare fin dal primo contatto la pittura di Martino Zanetti, un artista che esprime la sua tematica avida di racconto e di liricità, in una enfasi di tinte brillanti, insistenti e che si adagiano su tessuti privi di forze estranee.

Nelle opere di Zanetti si ritrova inoltre l’ansia della ricerca, l’esigenza di superare l’attimo si smarrimento o di piacere per giungere all’origine dell’impulso e della volontà dell’espressione; in lui c’è il bisogno continuo di evitare il preciso e in un certo senso condizionante segno della linea e della figura, l’anelito alla narrazione dominata dall’interrogativo e dalla sua risposta. Nel dedalo morbido del tracciato cromatico o della puntualizzazione della macchia, l’artista veneto segue infatti un pensiero che introduce sentimenti e concetti insieme.  Entrare nell’animo di  un pittore non è mai facile, come non sempre facile è comprendere il significato di certe sue opere; può dunque accadere di dare o di tagliere qualcosa al suo contesto. Ciò appare particolarmente evidente se ci si sofferma davanti a tele che esprimono d’istinto estroversione e passionalità e poi, a poco a poco, suggeriscono riflessione costante…

Massimo Infante

… Il groviglio di forme in movimento e sovrapponentesi, condotte con colori intensi ed un tratto robusto che diviene aspro, imprime un senso di alta drammaticità alle composizioni…

Dino Villani