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Martino Zanetti

RIFLESSIONI DI MARTINO ZANETTI

Atene, Roma, Venezia ed infine Londra hanno generato il grande teatro. Il “genio” di Shakespeare, chiunque egli sia, uno o molti, è assolutamente, tipicamente, anglosassone.

La mia ricerca in questo grande, affascinante, mistero, parte dalla mia patria Venezia e giunge in quel grande momento, in quel luogo così affascinante che fu Londra nel secolo di Shakespeare.

La persona che ha ispirato le commedie venete di Shakespeare è il patrizio Almorò Barbaro figlio di Marco Antonio Barbaro. Nelle commedie viene sistematicamente evidenziato: il giovane studioso a Padova il cui padre è (Marc)Antonio Barbaro. Sistematicamente nelle commedie si evidenzia il dualismo fraterno che nella realtà esisteva fra il Cardinale Francesco Barbaro papista e titolare di cattedra cardinalizia e Almorò Barbaro, che ebbe il destino di essere un “successore”, e che non apparve mai nella sede cardinalizia, anche alla morte del fratello. È una figura totalmente assente dalla scena veneziana. Almorò Barbaro muore nel dicembre 1622, lo Stationers’ Register viene pubblicato nel marzo 1623.

Vi sono singolari concordanze con gli eventi teatrali londinesi ivi incluse l’incendio del Globe Theater allorquando Almorò Barbaro avrebbe dovuto succedere al fratello Francesco per la di lui morte. Nelle commedie viene sempre indicato qualche elemento Veneziano assolutamente fuori contesto, come la parola tipicamente veneziana “coragio” “coragio” sul finale della Tempesta, oppure “Io non potrò credere che voi siate mai stato in una gondola” in Come vi piace.

Per quanto riguarda il Mercante di Venezia, Belmonte è Montebelluna, dove c’è la Villa di Maser e si raggiungeva via acqua, lungo il Brenta, verso Bassano (Bassanio), ecco il motivo che ha sempre generato un errore circa il luogo, perché lo si è sempre immaginato oltre il mare. Nella villa di Maser sono raffigurate tutte le immagini che dalla fantasia di Almorò Barbaro (ivi effigiato giovanilmente) si riproducono nelle commedie venete. E’ mia convenzione basata su palesi riscontri reali che le commedie attribuite a Shakespeare siano certissimamente frutto della genialità inglese, ma scritte e concepite nell’ambito delle corti di Penshurst e Wilton House con la supervisione di Mary Sidney, Ben Jonson e Greene (“I will play three myself”). Quanto noi leggiamo oggi è opera meravigliosa ma riadattata ai tempi.